Un saluto da Hobbiville, nel cuore della Maremma

In una caverna sotto terra viveva uno Hobbit. Non era una caverna brutta, sporca, umida, pieni di resti di vermi e di trasudo fetido, e neanche una caverna arida, spoglia, sabbiosa, con dentro niente per sedersi o da mangiare: era una caverna hobbit, cioè comodissima. Aveva una porta perfettamente rotonda come un oblò, dipinta di verde, con un lucido pomello d’ottone proprio nel mezzo. La porta si apriva su un ingresso a forma di tubo, come un tunnel: un tunnel molto confortevole, senza fumo, con pareti foderate di legno e pavimento di piastrelle ricoperto di tapeti. Il tunnel si snodava, inoltrandosi profondamente anche se non in linea retta, nel fianco della collina (o meglio la Collina, come era chiamata da tutta la gente per molte miglia all’intorno) e molte porticine rotonde si aprivano su di esso, prima da una parte e poi dall’altra.
(J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit, tradotto da Elena J. Conte)

Girando per le rovine di Vitozza sembra di essere immersi nel libro di Tolkien. Chissà quale sarà Casa Baggins?

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